Di mamma ce n’è una sola


Quando ancora non esisteva internet e i computer erano usati da gran parte degli italiani prevalentemente come macchina per scrivere, le notizie viaggiavano ad un ritmo mooolto lento. Mi riferisco nello specifico alle notiziole di quartiere, non agli incontri dei potenti. Fatto sta che gli americani al servizio del loro governo, di rientro dopo un tour in Europa di qualche anno, soffrivano per quello che definivano un cultural shock. In due, tre anni si erano persi trilioni di pubblicità, centinaia di nuovi gadgets o prodotti, innumerevoli chiusure di vecchi strip malls che cedevano il passo ai mega centri commerciali, eccetera eccetera…
Benché tutto ciò sia uno sbiadito ricordo nella memoria di chi, credo, sia ora impegnato in attività ricreative presso strutture geriatriche di vario tipo, persiste ancora quel vago senso di sbigottimento incredulo per uno stile di vita differente dal proprio. Mi riferisco, in particolare, a quello provato stavolta da noi quando siamo arrivati da questa parte dell’oceano, tanto gustosamente esposto da Beppe Severgnini in svariate occasioni.
Nell’avvicinarsi della festa della mamma, ho rivolto ad alcune signore, più o meno stanziali da tempi vari, di rivivere e condividere con me le prime esperienze e i primi confronti con mamme autoctone, perché credo che, avendo bambini, si sia più esposti al contatto esterno.
Le mamme italiane abituano i loro figli ad ubbidire a regole coniugate con l’imperativo e sostenute con un tono di voce che sale esponenzialmente al livello di diniego espresso dalla prole e, a questa autoanalisi, non sempre segue un cambio di rotta. Sappiamo tutti che il perno su cui si basa la nostra educazione è la bella figura, ed anche in questo ci viene in aiuto Severgnini. Per lo stesso motivo a noi saltano subito agli occhi i comportamenti dei figli degli altri.
Al di là delle buone maniere, or lack of thereof, da buone italiane, l’attenzione si è concentrata sulle differenze nelle abitudini alimentari che ci siamo portate nel bagaglio a mano della nostra memoria affettiva. La mamma grattugia la mela, la mamma imbocca il suo pargolo ecc. Poi vanno al parco e mentre procedono con rocambolesche attività di preparazione quasi liturgica le altre mamme affidano uno pseudo tubetto di dentifricio ai piccoli che aspirano frutta e/o verdura ancor prima di imparare a parlare. E dei plastic liners cosa mi dite? Così non si devono sterilizzare più i biberon! In Italia tutte schiave dell’amuchina: guai al ciuccio caduto per terra! Qui le più fanatiche adoperano le salviettine disinfettanti che, devo dire, hanno fatto la loro comparsa e sono ampiamente in uso anche dalle nostre parti…
Per quelli in età scolare le nostre mamme si sono date da fare con pietanze casarecce, per poi lottare contro il rifiuto dei figli di mangiare cose che li facevano sentire fuori dal mucchio, diversi, non integrati. Cose che segnano, soprattutto ad una certa età. Ci sono mamme che mi hanno raccontato la differente esperienza tra il primogenito e il secondo, uno che accetta di buon grado la pappa di mamma e l’altro che la rifiuta con sdegno: weenie beanies, anyone? E del Peanut Butter and jelly sandwich tutti i giorni per merenda? Che barba, che noia, spendiamo una cifra per merendine e biscotti del Mulino Bianco, comunque si riesca a reperirli.
Continuando con l’alimentazione, l’ammontare di latte pro-capite nei due paesi pende da questa parte del globo e mi torna in mente la battuta dei genitori italiani che, alla domanda del pediatra in merito replicavano, basiti, che il latte mal si sposa con le cozze…
E le correnti d’aria? Pare che esistano solo in Italia, e anche lì continuano a ripararsi dai rigori dell’inverno non solo con guanti e cappello, ammessi e variamente usati anche dagli statunitensi, ma con l’aggiunta di sciarpone e sciarpette, talvolta sferruzzate da qualche solerte zietta, e soprattutto non manca mai la maglietta della salute. Risulta, infatti, una conquista adolescenziale il rifiuto ad indossarla, appunto, dopo una certa età. Farà parte dei riti di passaggio, come il bagno dopo pasto, altro tabù sfatato dai dottori locali ma che continuiamo ad osservare, quasi per scaramanzia. Assente in loco risulta altresì l’espressione cambio di stagione, croce e delizia delle nostre donne. Sarà questo, mi chiedo, il motivo per cui i bambini autoctoni risultano liberamente assemblati, saltellando allegri con sandali in inverno e Ugg a 30 C all’ombra?
Mamme, non ce ne siamo accorte ma siamo cambiate anche noi! Meno male che la Plasmon ha messo in vendita la frutta in tubetto anche in Italia…
Chiudo questa mia riflessione con un grande augurio alle mamme che siamo e un pensiero per quelle che abbiamo avuto, per le altre, fate un po’ voi.

Pandora Falasfoglia

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