Il Nuovo Fiore – Un’intervista con Stefano Giovannelli

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Di Sofia Caligiuri

[Il Nuovo Fiore è stato letto dai membri di ParoLab, il club del libro di Italians in DC, nel mese di marzo.]

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Stefano Giovannelli

Stefano Giovannelli è direttore dell’Agenzia per la Promozione Economica della Regione Toscana. Per quasi trent’anni ha lavorato per le Nazioni Unite, occupandosi di sviluppo industriale e promozione degli investimenti. La sua attività gli ha permesso di conocere da vicino i paesi in via di sviluppo dell’area del Mediterraneo, dell’Asia, e dell’Africa, grazie a lunghi periodi trascorsi in Cina, India,Vietnam, Filippine, Egitto, Burkina Faso ed altre nazioni. Ė stato professore a contratto presso la Facoltà di Economia dell’Università di Ferrara. Insieme a Marco Di Tommaso ha curato il volume Nazioni Unite e Sviluppo Industriale (2006).

Nel Il Nuovo Fiore, suo primo romanzo, Stefano Giovannelli assomma alle competenze tecniche, di addetto ai lavori, l’affabulazione della narrativa di viaggio, l’introspezione della saga famigliare e l’intrigo internazionale. Alternando paesaggi contemporanei intrisi di intima nostalgia, descritti dal protagonista, alle memorie di un nonno votato all’avventura coloniale in Abissinia, attraverso le lettere all’ amatissima moglie Leda. Gualtiero Capecchi si pone le domande di un nipote che indaga nel passato poco raccontato dal nonno e dal padre che lo accompagnava nell’impresa ad Addis Abeba, la città del Nuovo Fiore. Ė durante questo viaggio di ricerca nell’Etiopia contemporanea che ritorna il tema sul ruolo della cooperazione e degli aiuti allo sviluppo nei territorio ai margini della globalizzazione.

Ho incontrato Stefano Giovannelli a Georgetown durante la sua visita alla figlia Carolina, anche lei impegnata nello sviluppo internazionale.

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Il Nuovo Fiore

SC: Ho notato che il racconto si sviluppa coinvolgendo molti personaggi minori ma di sostegno al protagonista e al suo alter ego, sono persone riconducibili alla cronaca o personaggi con pura funzione narrativa?

SG: Sono in generale personaggi di fantasia che contribuiscono a creare la trama del racconto. Li ho però costruiti a partire dalla mia esperienza, da un incontro, un’emozione, un episodio. Ci sono certamente frammenti di personaggi reali, in qualche caso si tratta di un tributo alla nostra amicizia, ma non ci sono personaggi integralmente riconducibili a persone reali, mascherati per così dire, ciascun personaggio è un puzzle di emozioni e situazioni diverse.

SC: In quale di questi personaggi si identifica?

SG: Non credo di identificarmi con nessuno dei personaggi in particolare. Penso che ci siano elementi personali in diversi dei personaggi. Forse il personaggio che mi è più vicino è Angiolino, il nonno del protagonista. Mi piace di lui lo spirito di avventura, lo spirito del costruttore di progetti ed insieme la sua curiosità per l’Etiopia e per la gente di quel paese. E mi suggestiona senz’altro la parabola della sua vita, la fatica per arrivare al successo, la caduta, e la difesa tenace dei propri valori etici.

SC: Perchè ha scelto di raccontare la storia del Nuovo Fiore/Addis Abeba invece di una sede presso la quale ha vissuto e lavorato?

SG: L’Etiopia è un paese affascinante, bellissimo, un paese la cui natura ancora oggi appare invincibile. E dell’Etiopia mi ha sempre incuriosito la relazione con l’Italia, le sue molte chiavi di lettura e le tracce della nostra presenza, i palazzi costruiti dai nostri connazionali, le strade, le abitudini che abbiamo lasciato, una storia breve, eroica ed anche tragica, ma ricca di suggestioni.

SC: Ritiene che la storia da lei narrata possa considerarsi esaustiva o potrebbe avere un seguito sciogliendo l’intrigo?

SG: Non so se ci sarà un seguito. Al momento non lo credo. Il libro è come una fotografía che fissa un momento nella vita di tanti individui. La vita poi continua a scorrere aldilà della fotografía e così il libro. Immagino che i personaggi si siano già allontanati, ciascuno per la propria strada e sarebbe difficile riportarli al punto di partenza. Sta al lettore costruire il proprio percorso e la propria soluzione, in funzione della propria sensibilità, e scegliere così uno dei tanti futuri possibili.

SC: Il leggendario tesoro nascosto è una metafora per la scoperta di un’altro componente della famiglia della cui esistenza si era totalmente all’oscuro?

SG: Si, il tesoro è senz’altro una metafora di quello che tutti noi cerchiamo e perseguiamo, che sia un nuovo lavoro oppure un colpo di fortuna, od un nuovo amore. In questo caso, la famiglia sperava forse di recuperare la ricchezza accumulata da Angiolino e trova invece inaspettatamente qualcosa di più prezioso, una persona umana, una sorella, una zia, un’amica.

SC: Sono certa che queste risposte contribuiranno ad accrescere il numero dei lettori. La ringrazio personalmente ed a nome dei membri di ParoLab.

Sofia Caligiuri,

03/26/15, Washington DC

Daniela Enriquez

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