il tempo per leggere

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Un po’ alla volta ci stanno lasciando tutti. Tutti quelli con cui siamo cresciuti. Estranei che sono entrati nelle nostre vite e hanno lasciato il segno. Sto pensando ad Umberto Eco, mio mentore ignaro, che mi ha condotto dagli studi universitari alla stesura della mia tesi. Perché parlarne adesso, quando oramai ognuno ha detto la sua e in modo magari più eloquente? In questo scorcio di luglio uggioso e carico di umidità che dalla baia si leva e poi ci ritorna non senza ampi scrosci che non danno tregua ai suoi abitanti, ho cercato rifugio in un bel romanzo. Anno zero, appunto. L’ultimo romanzo di Eco. L’avete letto? Che ve ne pare? Se cercate bene, troverete su internet un video de La Repubblica dove l’autore stesso ne parla con Scalfari in una gustosa intervista di qualche mese fa.

Di sicuro non avrete sentito ancora parlare di quest’altro libro, La mezzaluna infertile di un certo Manlio Sabetti, libro che sta a metà tra il racconto e la saga. Per i tipi di Neri d’inchiostro, una piccolissima casa editrice marchigiana, è stata pubblicata una delle storie più rappresentative del nostro tempo. Per una volta tanto la leggerezza del racconto si snoda tra le grevi vicende dei membri di una famiglia, attraverso tre generazioni o forse cinque, se includiamo il capitolo in cui la nascita di Selina aggiunge un’altra linea nel suo albero genealogico. Quello che ho trovato accorato e sublime al tempo stesso è stata la descrizione del rapporto tra la nonna e Piera, ma allo stesso tempo la mancanza di un personaggio principale ha permesso allo scrittore di cesellare con la punta dello scalpello, talvolta cambiando il grado di angolazione dello stesso, le precipue caratteristiche di ogni singola figura, comprese quelle meno edificanti. Devo confessare che alcuni personaggi sono proprio antipatici, io li avrei eliminati dopo il loro esordio, ma forse rappresentano quei tasselli grigi che danno risalto alle altre tessere in un mosaico che ha per sfondo una provincia tranquilla, dimenticata e un po’ sonnacchiosa, senza mai svelarne il nome, permettendo così ad un più ampio pubblico di lettori di immedesimarsi e, allo stesso tempo, proteggere l’autore dagli strali di qualcuno che si sentisse, ove mai, esposto al pubblico ludibrio.
Il libro l’ho scovato durante uno di quei miei raid in libreria, immancabili missioni a cui non so sottrarmi ogni volta che torno ai patri lidi. Ancora sopravvivono microlibrerie e vecchi librai che, a dispetto delle leggi del mercato, si riservano la prerogativa di esporre una certa produzione libraria di altrettanti microeditori, capitani coraggiosi, Davidi contro Golia ingordi di profitti.

A questo si aggiunge il sottile piacere di essere quella che riesce a dire la sua prima che schiere di angeli custodi a vario titolo intonino laudi per la promozione di questo o quest’altra, amici di amici e via dicendo. Non ricevo compensi, anzi cerco di sottrarmi all’elogio sollecitato, anche perché la gloria effimera segna il più delle volta l’inizio della parabola discendente di una pubblicazione che coincide col secondo successivo alla sua comparsa sul mercato. I libri sono diventati merce di consumo e, come tali, stampati con la data di scadenza. L’importante differenza che divide una serie di fogli consecutivi stampati e muniti di copertina da un’opera d’arte consiste nella capacità di attraversare quella categoria di spazio-tempo che li rende universali e pressoché eterni. Solo il tempo ne decreterà il valore.
Non crediate che il mio giudizio sia arbitrario. Una noce sola nel sacco non fa rumore.
Riporto qui, con il permesso della mia amica Ornella, il commento che mi ha inviato ieri, dopo che ha terminato la lettura della copia che le avevo prestato:
“…La storia più coinvolgente da due anni a questa parte. Il racconto di zia Carla, la cui vita entra ed esce nella vita degli altri familiari per me rappresenta la metafora della costanza degli affetti familiari, sia pure nella discontinuità della sua presenza effettiva. L’essenza di zia Carla è presente nella casa come il soffio d’aria che si avverte nel corridoio quando i suoi abitanti aprono le porte delle varie stanze; anche qui metafora della possibilità di riallacciare legami che sembravano perduti, attraverso l’ipotesi di apertura all’altro da sé. Quel soffio d’aria che viene descritto con inaspettata delicatezza. Nella scelta delle parole, la prosa si fa elegia. Hai provato a leggere ad alta voce la parte della seconda estate quando Marisa ritorna? Le sillabe sono in metrica, non sono parole buttate giù a caso, sono ritmo, sono musica, incontro struggente del desiderio di pace con la consapevolezza che le loro vite non sarebbero più state come prima.”

Be’ la mail continua con altri dettagli che non riporto per non rovinarvi il gusto della lettura. Anche Ornella come me, appartiene alla generazione prolissa e mal si adatta alle 140 battute cinguettate, ma se cercate #lamezzalunainfertile troverete i commenti di chi non si spreca più di tanto.
Aggiungo solo che ognuno troverà in questo libro quello a cui aspira in questo momento. La parola che manca, la riflessione che sfugge. Azzarderei anche che leggendo tra le righe si possono trovare spunti di soluzione ai conflitti interpersonali, riflessioni escatologiche e persino idee che sembrano rubate a Pinterest. Un racconto che rimescola gli animi e che vi lascerà qualcosa dentro; una storia di cui vi ricorderete anche quando il libro giacerà nascosto tra gli altri che fanno bella mostra di sé sul vostro scaffale ma di cui, ahimé, non ricorderete la trama né i personaggi.

Nota per i miei lettori hitech: la casa editrice non prevede per ora una edizione in formato e-book, ma forse in futuro, chissà.

Pandora Falasfoglia

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